Siamo alle ultime battute di un altro amore finito e soprattutto di una vicenda, che a noi innamorati di calcio, ci vede di nuovo sedotti e abbandonati. Javier Matias Pastore, come Kakà e ancora prima Zidane e lo stesso Giuseppe Rossi, ci lascia e sono ormai troppi i Campioni che preferiscono cercare fortuna e conferme in altri campionati. In questo caso, come in ogni parabola che si rispetti, anche in quella del campione argentino c’è il miracolo, perchè Zamparini e Simonian, il suo procuratore, hanno moltiplicato i soldi spesi. Nel caso specifico infatti per metà il calciatore è di proprietà del suo stesso procuratore, quindi Zamparini dei circa 43 milioni di euro, che prenderà dal PSG di Leonardo, ne porterà a casa solo la metà, che sono pur sempre un ottimo bottino, vista la cifra sborsata inizialmente. Pastore in meno di due anni, pagato dal Palermo 4,7 milioni di euro, oggi vale quasi 10 volte il prezzo iniziale. Davvero un bell’affare, se non fosse che per ragioni di cuore avremmo preferito vederlo giocare in Italia. In Argentina, dopo aver tirato i primi calci nella squadra del Collegio San José Artesano, passa nel 1999 al Talleres de Córdoba. In quegli anni, caso strano della vita, non supera due provini, prima con il Saint-Etienne e poi con il Villarreal. Nel 2008 approda per 500.000 euro all’Huràcan, per poi – l’undici luglio 2009 – arrivare finalmente a Palermo. Questa la parabola, ad oggi, di un talento da tutti applaudito, un giocatore che somiglia molto nel modo di giocare proprio a Kakà e Zidane, un calciatore moderno che si muove a tutto campo, e che in zona gol si fa rispettare se pensiamo che nella squadra siciliana in 69 partite ha segnato 14 reti. Altra dote di questo atleta dalle leve lunghe, considerato che è alto 187 cm, è la resistenza, abbinata alla velocità anche nel breve. Unico punto dolente, al momento, potrebbe essere il colpo di testa, ma ci sarà modo in Francia di affinare le doti, già immense. Quello che ci rimane di lui stampato in mente, sono le continue verticalizzazioni e la semplicità nel compiere cose difficili, con quel modo di correre che sembra accarezzare il prato, delicato e al tempo stesso devastante per gli avversari. Adiè Javier, e anche in questo caso, per non sentire troppo la tua mancanza, ci affideremo alla parabola, sperando che da te arrivino sempre segnali nitidi, di un campione che per troppo poco abbiamo sentito nostro.